Complicazioni e criticità delle vendite online dal Regno Unito all’Europa

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Giugno 29, 2022

Complicazioni e criticità delle vendite online dal Regno Unito all’Europa
Nonostante la Brexit, processo avviato nel 2016, sia ormai un fatto assodato del mondo in cui viviamo, l’onda lunga dello shock che ha provocato nella comunità europea continua a produrre i suoi effetti e ad avere un impatto sul nostro stile di vita. Il Regno Unito è da sempre uno dei principali attori della comunità internazionale dei paesi europei e, di conseguenza, ripensare le relazioni con gli stati membri dell’UE non è affatto semplice. 
Non è possibile, infatti, né limitarsi a distruggere rapporti internazionali ben strutturati e storicamente radicati, che hanno unito comunità e mercati al di là dei loro confini per un lungo periodo, né far finta di niente, continuando a gestire la circolazione di persone e merci come nulla fosse accaduto. Molti ecommerce inglesi infatti sono abituati a vendere cross-border negli altri paesi europei e, allo stesso modo, i cittadini europei acquistano abitualmente dal Regno Unito, che sia tramite marketplace o direttamente ai consumatori: la forza di questo legame è testimoniata dal fatto che ben il 48% delle esportazioni del Regno Unito sono destinate a paesi europei. 
Le conseguenze di questa situazione delicata hanno investito in misura significativa anche il mondo delle vendite online. Quali sono, dunque, le principali sfide da affrontare per vendere online dal Regno Unito ai paesi europei? 

Uno scenario ingarbugliato


Diversi fattori concorrono a ostacolare la fluidità delle vendite online dal Regno Unito all’Europa. È infatti ampiamente riscontrata una minore libertà di circolazione delle merci, ma la Brexit non ne è necessariamente l’unica responsabile. O meglio, è difficile individuare l’impatto specifico della Brexit visto che l’uscita del Regno Unito dall’UE è avvenuta in concomitanza con la pandemia di Covid-19.
Da un punto di vista delle leggi, poi, seppure l’Accordo di recesso abbia mirato a garantire una continuità normativa, è probabile che con il passare del tempo i due sistemi legislativi prendano ciascuno la propria strada, aumentando i punti di distanza e rendendo necessari nuovi accordi. Questo aspetto, naturalmente, riguarda anche la dimensione burocratica, con un impatto decisivo sulla fluidità dei rapporti tra consumatori e imprese.
È quindi necessario individuare su quali fronti va soprattutto a impattare la nebulosità e la macchinosità del mutato scenario internazionale.

La questione dell’IVA


L’IVA non può essere applicata ai prodotti venduti in Europa così come viene applicata nel Regno Unito, ma va calcolata in base al paese di destinazione. È quindi necessario dichiarare il prezzo al netto dell’IVA, in modo tale che questa possa essere calcolata successivamente e aggiunta al prezzo del prodotto al momento della vendita. Fino al 2021 era necessario registrarsi in ciascun paese verso cui si effettuavano vendite, ma le cose sono cambiate con l’introduzione dell’IOSS (Import One Stop Shop), che ha semplificato il processo abilitando alle vendite in tutti i paesi europei attraverso la sola registrazione presso uno degli stati membri. Nel caso dei merchant che si appoggiano a marketplace, la questione diventa ancora più semplice, potendo contare sull’intermediazione della piattaforma per il calcolo e l’applicazione dei costi al momento della vendita. Nel caso però in cui la transazione superasse il valore di 150 euro, al numero IOSS subentrano diversi regimi: DDP (Delivered Duty Paid) e DAP (Delivered at Place). Nel caso del DDP, il venditore si fa carico di tutte le tasse e gli oneri, i cui costi, non potendo essere addebitati a posteriori, devono essere conteggiati al momento della vendita. Nel caso del DAP, invece, l’onere dei costi aggiuntivi e delle tasse ricade sull’acquirente, che potrebbe ritrovarsi con spese impreviste ad acquisto effettuato, con il vantaggio di liberare il venditore della responsabilità ma con un impatto decisamente negativo sulla lealtà del cliente.

A tutela dei consumatori

Attualmente le normative europea e britannica sono sostanzialmente in linea per quanto riguarda sia le regolamentazioni dei prodotti - dall’etichettatura, alle attestazioni di qualità, alla supply chain - ma non è detto che questo aspetto non cambi con il tempo. L’Unione Europea è particolarmente attenta alla tutela dei consumatori e sarà necessario che i merchant del Regno Unito si tengano costantemente aggiornati sull’eventuale introduzione di nuove regole e leggi in materia, se vogliono fare ecommerce cross-border. Lo stesso discorso vale per quanto riguarda la protezione dei dati, per quanto anche su questo fronte attualmente i sistemi legislativi siano praticamente armonizzati fra loro. Per ora si è optato per l’incorporazione del Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) nel corpus legislativo britannico, ma ciò non significa che non possa in seguito prodursi uno scarto normativo.

Amazon


Un discorso a parte va fatto per gli ecommerce che si servono dell’intermediazione di Amazon per la vendita dei loro prodotti. Si tratta non solo di un caso esemplificativo della situazione corrente, ma anche di un problema pratico ineludibile, in quanto Amazon rappresenta il marketplace di riferimento in Europa e moltissime transazioni passano per la sua piattaforma. Il problema, in questo caso, è che Amazon non si occuperà più del trasporto delle merci oltre il confine che separa il territorio europeo dal Regno Unito. La logistica Fulfilled by Amazon (FBA) operante in Europa, infatti, non è più la medesima che si occupa delle spedizioni in UK. I merchant che vendono cross-border saranno quindi costretti a occuparsi direttamente del superamento della dogana, per poi tornare ad affidare la spedizione alla logistica di Amazon.

Navigare in acque inesplorate


Il futuro dell’ecommerce cross-border tra Regno Unito e paesi europei è ancora tutto da definire. Eravamo abituati a vendere e acquistare prodotti come se le spedizioni partissero dall’interno dei confini nazionali e molti merchant britannici hanno una forte customer base in uno o più paesi europei. Per non compromettere i rapporti con la stessa e non vederla erodersi, diversi ecommerce si stanno muovendo per aprire una sede in territorio europeo. Qualunque sia la scelta in questo senso, che, cioè, si opti per l’adattamento del proprio business model alla nuova configurazione dei rapporti commerciali internazionali o che, piuttosto, si decida di concentrare le proprie forze sull’elaborazione di una strategia che contempli lo sdoppiamento dell’azienda, si tratta di navigare in acque inesplorate, orientandosi in un territorio sconosciuto. 
È centrale rispetto a questa problematica avere un quadro il più possibile chiaro e aggiornato delle normative e delle tariffe con cui è necessario confrontarsi, per non incorrere in sanzioni e non disperdere energie inutili. A questo scopo, è utile affidarsi a Merchant of Records come Go Global Ecommerce, in grado di gestire tutti gli aspetti più macchinosi e complessi di uno scenario infido anche se senz’altro sfidante, che può stimolare la ricerca di soluzioni creative e dare una spinta all’espansione in altri mercati.

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